18 Maggio 2006

Chiaro riferimento, entra nella tua stanza e cade in ginocchio.

Fanno luce. Ed è come è labile nella mente. Il suono non trasmette il freddo che ci si aspetta, e quella luce, in fondo non riscalda. Solidifica la cera che mi compone, muto nell'istante, attimo, in cui sento di poter morire se mi accanisco ancora in quel rapporto che non ha regola. Nè sembianza. Si erge imponente davanti ai miei occhi quando mi lascio cadere su un marciapiede, respiro affannato, sapore acre ed alcolico, dolce a tratti, nella bocca. Dita che odorano tabacco, procinto di asma, laggiù in fondo la trachea.. poi si frantuma nelle mie mani quando l'abbraccio. Perde consistenza. Svanisce e smarrisce sembianza. A quel punto cambio risvolto. Sigarette in tasca. Poi di nuovo fuori. Una la fumo, una la spengo. Non esistono immagini al rallenty ma solo frenetico mondo mi sfuggi davanti. E di nuovo un bicchiere e di nuovo una nuvola cade in un'altra, sparpaglia il mio essere integra. Risolve il mio globo in uno sputo d'asfalto. Segretamente parlo d'amore e cade in me la convinzione di conoscermi a pieno. Non riscontro nel vivere quello che sono nell'essere. Quello che sogno esiste tangibile e allora non ricordo quello che sogno in realtà. Potrei avere la voglia irrefrenabile di mordere, inglobare in me quell'universo che tanto si avvicina al mio, mordere e sancire col sangue il legame che per sempre a me resterà incognita. Una costante. E di nuovo, per quanto io possa, capacità potenziale di riuscire a sfregiare il tuo volto con il mio sentimento, accecare i tuoi occhi con i miei, far scomparire le tue labbra nelle mie. Scelta cosciente di non divulgarmi in infotrasmissioni e descrizioni fin troppo dettagliate, lo sai, non sono brava a dare spiegazioni. E resisto allora, ancora aggrappata a questa corda che altro non è che quella mitica spada di Damocle che pende severa sulla tua testa, quando il filo che ti unisce a me si sfilaccia nel fascio di una luce verde. Di un neon viola. E vedo pavimento, pista di morte, divanetto, boa di salvezza, bancone, alcool ristoratore, l'uscita, fumo ai miei polmoni, i piatti, certezza di essere così tanto fuori di me che nemmeno un ago piantato appena sotto il mio mento, o fra una delle mie scapole, riuscirebbe a destarmi dall'affascinante spettacolo di me stessa che si abbandona al buio intermittente, lo sto guardando. E pian piano sprofondo in quella che io chiamo tachicardia. Filtra tra le mie dita protese nell'aria la polvere che i miei, e i piedi di altri individui alzano da un pavimento sporco, anch'essi dispersi nella stessa isola di perdizione. E il mio corpo diventa leggero e pesante. Se mi stringi la mano è come se me la spappolassi, e se mi guardi con quegl'occhi ne deduco il colore dei miei. Altro non posso fare che ridere sguaiatamente e fottermene di quello che sto diventando nell'attimo in cui la mano me la stringi veramente, e strattonandomi a te, i nostri nasi si toccano.

K.

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